Al mio posto

domenica 3 ottobre 2010 - Scritto da Stè alle 02:21
Assistevo passivamente in modo attivo. Ero incredulo e scioccato, ma allo stesso tempo affascinato e incantato da tale spettacolo, da tale concentrato di forza e dolce violenza, dalla persistenza con la quale senza perder fiato, coraggio e forza tutto si ripeteva nuovamente. Il cuore batteva forte e veloce: funzionava come poche volte ha fatto in vita mia, il fiato inizia a mancare ed il respiro si fa corto, ma le strazianti urla che mi circondano sono più forti di tutto: urla talmente forti da coprire il battito del cuore e la fatica nel respirare. Stavo male, ma mi sentivo bene, stavo bene: trovavo conforto semplicemente riconoscendomi negli schizzi d'acqua del mare che si infrange sugli scogli, schizzi alti svariati metri che sovrastano e cercano di impadronirsi di tutto, alti a tal punto da farti sentire dentro questa incredibile forza, dentro queste urla di agitazione, un lamento di eterno tormento, come se fossi destinato a soffrire per sempre. Il coinvolgimento mentale e fisico aveva raggiunto il suo apice quando un pensiero viene in me, il più semplice e naturale in quella circostanza: voler far parte anche ancora di tutto ciò che stava accandendo intorno a me. Invogliato dal vento che mi circondava e mi spingeva verso il basso, dove grandi onde ed immensi ma rassicuranti e sicuri vortici mi avrebbero accolto. A tenermi in contatto con il mondo reale, solo le mie mani, attaccate ad una ringhiera che urlava di lasciarsi andare, una ringhiera viscida di umidità e di lacrime di mare. Volevo farlo, ma non l'ho fatto. Potevo farlo e non l'ho fatto. Avrei voluto farlo e non l'ho fatto.

Latina, 19 settembre 2010



Stefano Cappelletti - "Sofferenza" (dal portfolio "Il mare come luogo di...")



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