Zorro - La Prima sigla italiana, 1969

mercoledì 21 ottobre 2009 - Scritto da Stè alle 09:15

La sulla duna
quando brilla la luna
spunta il nostro eroe Zorro!
E lascia il suo segno,
una Z a chi è indegno:
la Z che vuol dire Zorro.
Zorro, lui ha una vita segreta!
Zorro, il segno suo è la Z!
Zorro, Zorro, Zorro,
Zorro, Zorro, Zorro,
Zorro, Zorro, Zorro, Zorro!

Questa è la prima sigla del telefilm "Zorro", prodotto dalla Walt Disney e trasmesso per la prima volta negli Stati Uniti dal 10 ottobre 1957 al 2 luglio 1959, e per la prima volta in Italia, dal 14 aprile 1969 alle 17 (nella fascia oraria della TV dei ragazzi) nella trasmissione "Il club di Topolino", ritrasmessa poi nel 1992 ridoppiata, restaurata e "colorata" (la serie originale è in bianco e nero). La serie è composta da 78 episodi della durata di circa 25 minuti ciascuno.

Principali interpreti delle prime due stagioni di Zorro:
Don Diego De La Vega alias Zorro: Guy Williams
Sergeant Demetrio Lopez Garcia: Henry Calvin
Don Alejandro de la Vega: George J. Lewis
Caporale Reyes: Don Diamond

Link
Impressioni: 
0 Commenti

la storia del perdente

giovedì 2 luglio 2009 - Scritto da Stè alle 19:00
La storia è scritta quasi sempre dal vincitore, ma se per una volta la storia fosse scritta dai vinti? "La storia del perdente", un brano della band mesagnese "La Resistenza" che ci fa provavare a vedere anche l'altro punto di vista della storia: quello del perdente.

La storia è scritta sempre e solo dal vincitore
che parla solamente e parla solo di vittorie,
un giorno la scrivesse un perdente,
non dico uno qualunque, dico uno della gente

Musica di Teresa De Sio, testo di Enrico Cervellera, regia Michele Salvezza e Marcello Saurino

Per approfondire
Impressioni: 
0 Commenti

tentativo fallito

domenica 28 giugno 2009 - Scritto da Stè alle 01:11
L'altro giorno mi sono chiesto se fosse possibile dare una definizione razionale all'amore: una definizione razionale e ponderata per tentare di descrivere il sentimento più irrazionale che esista? Beh, si. Forse sarebbe possibile, ma per farlo bisognerebbe provare a vederlo in modo molto distaccato: dall'esterno, come se fosse qualcosa di estraneo, che non ci appartenesse. Difficile... molto, ma ci ho voluto provare lo stesso. Non ci sono riuscito: non ci sono riuscito, non posso e soprattutto non voglio estraniarmi da quello che sta accadendo in me ed attorno a me come consegenza delle mie azioni e del mio stato d'animo, non posso e non voglio dividermi da tutto ciò, perchè tutto ciò fa parte di me. Penso che l'amore, quello vero, sia qualcosa di più unico che raro: magari un giorno potrò ritentare senza provare sforzo nel dividermi da una cosa che non mi apparterrà più... potrebbe essere tra due minuti, tra un'ora, domani, tra un mese, un anno, mai. Spero mai. Spero di non riuscire mai a parlare dell'amore in terza persona. La vita è amore, l'amore è vita.


Impressioni: 
1 Commenti

piccola introduzione...

domenica 17 maggio 2009 - Scritto da Stè alle 02:22
Possiamo dividere l'azione intellettuale dell'uomo in tre grandi famiglie di azioni: il pensiero, la riflessione e il non-pensiero.

Pensiero: può essere definito pensiero qualsiasi attività dell'intelletto o processo astratto che ha come fine ultimo l'evoluzione dell'individuo (o della collettività, o del gruppo sociale cui appartiene), portando migliorie o progessi, spunti e stimoli di miglioramento o di riflessione nel campo di azione di quest'ultimo.

Riflessione: possiamo definire riflessione qualsiasi pensiero che genera altra attività pensante su terzi pensieri; oppure semplificando, dicendo che la riflessione è il pensiero del pensiero, quindi una sorta di evoluzione del pensiero iniziale. Il riflettato può invece essere descritto come l'oggetto generato da altro pensiero (dai pensieri primari) oppure come il prodotto del pensiero della riflessione (oggetto della riflessione).

Non-pensiero: possiamo definire non-pensiero tutte quelle azioni e gesti astratti che non possono essere raggruppati nelle due categorie precedenti, ovvero gesti sterili che non producano alcun beneficio per il soggetto pensate (quindi in questo caso il soggetto non-pensante) o per l'ambito sociale nel quale è inserito.

Jem - They

Link
Impressioni: 
0 Commenti

Quel treno che mai arrivò a destinazione

domenica 29 marzo 2009 - Scritto da Stè alle 12:28
Era il 4 agosto del 1974 quando nell'attentato al treno Italicus persero la vita 12 persone: una bomba ad alto potenziale esplose alle 1:23 nella vettura 5 dell'espresso Roma-Monaco di Baviera via Brennero. La strage avrebbe avuto conseguenze più gravi, si ipotizza anche nell'ordine di centinaia di morti, se l'ordigno fosse esploso all'interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro. Dieci anni dopo, la storia si ripete sul treno classificato come rapido 904, ma per massimizzare gli effetti della detonazione dell'ordigno, gli attentatori attesero che il treno raggiungesse la metà della galleria, sempre quella di San Benedetto Val di Sagnro.

L'attentato avvenne il 23 dicembre del 1984. Il treno Rapido 904 Napoli Centrale - Milano Centrale era pieno di viaggiatori, carico di famiglie intere che stavano ritornando a casa per trascorrere il Natale o diretti da parenti per trascorrere le festività natalizie. Erano le 19:08 quando il treno transitava sulla direttissima in piena velocità verso nord quando, appena percorsa la prima metà della Grande Galleria dell'Appennino ci fu un violenta esplosione a bordo. Venne subito attivato il freno di emergenza, frenando il treno a 8 km dall'ingresso sud e 10 da quello nord. L'esplosione avvenne a causa di un ordigno: si trattava di una carica di esplosivo radiocomandata, collocata a bordo caricato da terroristi, durante la sosta nella stazione di Firenze Santa Maria Novella, in un vano porta bagagli nel corridio della nona carrozza, posta proprio nel centro del treno. L'esplosione causò 15 morti, che in seguito salirono a 16 per le conseguenze dei traumi riportati e oltre i 300 i feriti.

Frutto delle misure predisposte dopo la Strage dell'Italicus avvenuta 10 anni prima, fu messo a punto un piano di emergenza centralizzato di gestione emergenze costituito a Bologna.
I soccorsi ebbero non poche difficoltà ad arrivare: l'esplosione aveva danneggiato la linea elettrica facendo rimanere isolata parte della tratta e il fumo dell'esplosione bloccava l'accesso dall'ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi.
I primi soccorsi incominciarono ad arrivare dopo oltre un ora e mezza tra le 20.30 e le 21.00 insieme ad i primi mezzi di servizio. Non si sapeva bene ancora cosa fosse successo poichè non si aveva un contatto radio con il veicolo fermo in galleria e non si disponeva di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. I soccorritori, una volta sul posto parlarono di un "fortissimo odore di polvere da sparo".
Alla spedizione fu assegnato un solo medico e si procedè a caricare tutti i feriti sulle prime carrozze. Con l'aiuto della macchina di soccorso i feriti vennero portati a San Benedetto Val di Sambro, seguiti subito dopo dagli altri passeggeri rimasi illesi dall'attentato.Essendo però quel tratto di linea rimasto elettricamente isolato, per trainare le carrozze fuori dalla galleria e poi alla vicina stazione di San Benedetto Val di Sangro, si dovette ricorrere all'uso di una locomotiva diesel che rese però l'aria del tunnel irrespirabile al punto di dover portare anche delle bombole d'ossigeno ai passeggeri in attesa di soccorsi.
Venne allestito rapidamente un ponte radio, e la Società Autostrade mise a disposizione un casello riservato al servizio di emergenza. Alla stazione di San Benedetto erano già pronte una quindicina di ambulanze, che viaggiarono poi scortate da Polizia e Carabinieri, per trasportare i feriti più gravi fino all'Ospedale Maggiore Bolgogna, facendosi largo nel traffico cittadino grazie proprio ad una razzionalizzazione delle vie di accesso studiata proprio per i casi di emergenza, mentre ai feriti meno gravi furono offerte le prime cure presso la stazione stessa che durarono fino alle cinque di mattina.
Nonostante le condizioni ambientali in cui si è operato furono estremamente avverse, l'opera di soccorso e l'operato dei soccorritori furono ammirevoli per l'efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna Soccorso sarebbe diventato il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118.

Dopo il sangue, il terrore, il vuoto, i familiari delle vittime hanno affrontato la vicenda processuale.

In primo e in secondo grado la magistratura condanna all’ergastolo Pippò Calò, esponente di primo piano della Mafia, ed i suoi uomini per l’esecuzione materiale del reato di Strage, mentre un’accertata fattiva collaborazione di elementi di spicco della camorra quali Giuseppe Misso, porta nei suoi confronti, ed in quelli dei suoi uomini, a pesanti condanne detentive.
La Cassazione ribalta queste decisioni ignorando tutto lìimpianto accusatorio sostenuto dalle prove raccolte dagli inquirenti e per mano di Corrado Carnevale annulla la sentenza nei confronti di Calò e Misso rinviando il giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze dove la Corte, riformando parzialmente la sentenza, condanna per strage Calò, ma ne assolve Misso condannandolo per detenzione abusiva di esplosivo e riducendone la pena a soli tre anni.
Alla fine di questo giudizio di rinvio, stranamente due figure chiave del processo, Galeota, braccio destro di Misso, e sua moglie, furono uccisi in un agguato.
In un secondo giudizio di rinvio, a seguito di stralcio, il noto esponente missino Abbatangelo, già condannato in primo grado per strage alla pena dell’ergastolo, viene assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto, e condannato per porto e detenzione abusiva di esplosivi.
La Corte di Cassazione rigetta, successivamente, i ricorsi proposti dai familiari delle vittime contro la sentenza di secondo grado nei confronti di Abbatangelo, e li condanna al pagamento delle spese processuali.
Dalla vicenda processuale del “Rapido 904” andata avanti per 5 lunghissimi giudizi, emerge un quadro inquietante in cui, alla strategia eversiva di destra, si lega la manovalanza mafiosa e camorristica che organizza e porta a termine con agghiacciante “professionalità” il compimento della strage.
La Commissione parlamentare Stragi, presieduta dal Senatore Gualtieri, nel 1994 ha evidenziato un chiaro contesto in cui sono maturate le azioni terroristiche riportabili alla strategia della tensione, senza riuscire in alcuni casi, come questo del “Rapido 904”, ad individuare un più ampio ambito di responsabilità, avvertendo che restano non pienamente chiariti i contesti diversi e i più ampi disegni strategici cui le stragi sono state funzionali.

Il lavoro della Commissione Parlamentare ha puntato il dito sulla distrazione e assenza dei servizi Sismi e Sisde che avrebbero dovute cogliere e segnalare ogni attività di tipo terroristico; ha illuminato il contrasto e le sue ragioni tra giudicati di diverso grado operato dalla Cassazione, ha evidenziato la possibilità e l’attualità della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese, mettendo in luce come nel caso dei più recenti attentati del 1993, vi sia stata un’opera sistematica di disinformazione della “falange armata” che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale.
La ricostruzione del quadro processuale, come emerge dal lavoro delle Commissioni Parlamentari colpisce la evidente distrazione e in alcuni casi volontà di settori delle Istituzioni, di non fare piena luce sulle vicende di stragismo.
Non vogliamo dimenticare che la Giustizia alla fine ha condannato i Familiari delle Vittime al pagamento delle spese processuali, permettendo che personaggi implicati in vicende di tale gravità, facciano ancora parte della vita politica del paese.

Se ci fermiamo ad ascoltare il silenzio della morte di queste stragi possiamo ascoltare voci che gridano verità e giustizia.
Il musicologo, scrittore e giornalista Leoncarlo Settimelli ha composto una canzone: "Il sogno spezzato di Federica", dedicata a Federica Taglialatela, vittima dodicenne vittima della strage, che faceva così:





Federica dagli occhi di mare
che lascia il suo porto
e ha voglia di andare.

Federica che come un gabbiano
attraversa il suo mare
diretta a Milano;
prende un treno che è pieno di gente
che si sposta per fare Natale;
mille storie di cui non sa niente
di gente già stanca che scende e che sale.
Lei però coi suoi dodici anni
sa che vuole andare a vedere
come è fatta la neve
e perché può dal cielo cadere.

Federica dagli occhi di mare
Che vede stazioni veloci passare;
suona a Roma una vecchia zampogna
poi viene Firenze ,si va per Bologna.
Come sale veloce quel treno che si tuffa nelle gallerie,
come fanno i delfini nei giorni d’agosto
seguendo chissà quali vie.
Ma di colpo è un mare di fuoco,
la tempesta si schianta d’intorno.
Il biglietto era solo d’andata e non c’è ritorno.

Federica dagli occhi di mare,
su quella montagna ti han fatto fermare;
hanno rotto le ali al gabbiano
e tu non hai visto la neve a Milano.

Giovanbattista Altobelli 51 anni
Anna Maria Brandi 26 anni
Angela Calvanese in De Simone 33 anni
Anna De Simone 9 anni
Giovanni De Simone 4 anni
Nicola De Simone 40 anni
Susanna Cavalli 22 anni
Lucia Cerrato 76 anni
Pier Francesco Leoni 23 anni
Luisella Matarazzo 25 anni
Carmine Moccia 30 anni
Valeria Moratello 22 anni
Maria Luigia Morini 45 anni
Federica Taglialatela 12 anni
Abramo Vastarella 29 anni
Gioacchino Taglialatela 50 anni (successivamente in seguito all'entità dei traumi riportati)

Tutti insieme dovremmo dire "io non posso, non voglio e non devo dimenticare" questa come tante altre stragi, tanti altri attentati.

Per non dimenticare.




Fotografie (in ordine di posizione): manifesto commemorativo del XXIV anniversario della strage, una carrozza del treno sventrata dall'esplosione, foto scattatat durante il processo al Boss Misso che nel 2001 fece uccidere un testimone, il musicologo Leoncarlo Settimelli

Per approfondire
Una ragazzina, una famiglia l'orrore di una strage di Natale
Strage del rapido 904 (wikipedia)
Strage dell'Italicus (Wikipedia)
Associazione tra i familiari delle vittime della strage
Immagini della rassegna stampa
Altre foto (2) (3)



Impressioni: 
0 Commenti

le sette tesi...

venerdì 9 gennaio 2009 - Scritto da Stè alle 00:43
I Dolori del Giovane Werther,
Prima edizione del 1744
Perché le sette tesi? Perché le tesi? Come nascono e il loro scopo. Le “sette tesi” nascono per cercare di spiegare, anzi, per spiegare il processo che porta Werther, (il giovane protagonista dell’omonimo romanzo) alla realizzazione pratica delle sue conclusioni dei suoi ragionamenti che, una volta analizzati, appaiono più che logici e razionali ma soprattutto comprensibili.

In questo ipotetico discorso, chi è che parla è che parla è il Werter stesso, colto nel più acuto dei momenti del pensare..

“Nel mio stato al quanto confusionale le mie parole vengon meno lasciando spazio al pensiero che riesce a raggiungere la sua forma più pura che irrazionalmente, ma che allo stesso tempo razionalmente e orgogliosamente partorisce due opposte e così discordanti tesi tanto da lasciar pensare che non son frutto della stessa mente!!! Nella prima viene affermato il proprio essere o il proprio non essere in quanto tale, e ciò cosa vuol dire: ciò porta ad una consapevolezza del non essere niente meno a nessuno. Questa prima tesi viene oggettivata e razionalmente viene accantonata in uno strato molto remoto del preconscio, ove nasce la seconda in cui viene affermato e rivalutato tutto il proprio io, ma questa volta paragonandosi all'oggetto del desiderio della sua amata, avendo come conclusione la diversità da tale oggetto con una conseguente irraggiungibilità da parte della amata. Ed è proprio qui che viene sollevato quel leggero strato sotto il quale era stata accantonata la prima tesi, annullandola! E annullandola viene ad esser annullato anche la parte sana e fiduciosa e felice del proprio essere che gli avrebbe dato così la forza per andare avanti e annullare tutte le paure e debolezze, facendosi dunque forte! Togliendo questo velo e infrangendo tutto è che si giunge alla tragica conclusione che si esce SEMPRE vinti da ogni confronto con l’altro, quando l’altro è rappresentato come l'oggetto del desiderio. Ma possiamo definirlo come “oggetto della perfezione assoluta”? Se possiamo definirlo tale, lo definiamo tale in quanto la perfezione assoluta non è stata attribuita in merito ad conoscenze e conclusioni che si son servite di dati acquisiti sensibilmente o oggettivamente, ma attribuita in quanto è il frutto del desiderio di un essere, visto da noi come perfetto.

L'uomo prende coscienza della sua condizione di infinita miserevolezza e impotenza di fronte a questo processo ricorsivo che lo porta sempre alle due tesi iniziali. Ed è proprio questa autocoscienza che lo porta a chiedersi se fosse possibile davvero che la vita sia un unione di tristezza ed infelicità. I concetti di felicità e tristezza sono propri dell'uomo. Sono proprio queste due parole che lo portano a riflettere: "infelicità = senza felicità", quindi conoscendo la non felicità, potrebbe ricostruire a ritroso il concetto di felicità fino a giungere che la felicità è l'opposto contrario di dell'infelicità. Ma siccome l'uomo è un essere dotato di pensiero, realizza ed estende il concetto di opposto anche a tristezza. Ed è proprio ora che prende coscienza che tristezza e felicità, in quanto sono concetti creati d lui stesso, può distruggerli in qualsiasi momento con la forza di volontà, pur sempre rimanendo cosciente della ricorsione della prima e seconda tesi. Anche se lo stato che di felicità che si è venuto a creare ora è solo uno stato apparente, fatto di finzioni e di forzature, può esser definita pur sempre un surrogato di felicità, che contiene pur sempre in quantità minima l'essenza della felicità, e anche se in quantità limitata e in forma di surrogato, la contiene. Possiamo quindi descrivere una terzi tesi: l'uomo è felice, inizialmente la sua felicità è una felicità forzata che pian piano si trasforma in vera felicità e possiamo quindi dire che l'uomo ha raggiunto la condizione di felicità a lungo cercata.

L'uomo ora ha raggiunto una sua felicità interiore, che può essere turbata solo momentaneamente dalla ricorsione e dal processo ricorsivo che viene in mente in ogni momento nel quale viene riportata alla luce la prima tesi e le sue drastiche conseguenze. Ma è proprio grazie alla consapevolezza di esser felice che ogni qual volta viene alla luce la prima tesi e le sue conseguenze, il tempo necessario per arrivare di nuovo alla conclusione della terza tesi sarà sempre minore fino a quando tenderà ad occupare solamente un breve frangente temporale d'innanzi alla vera felicità che è stata raggiunta, riempiendo appieno l'attuale esistenza dell'uomo. Questa è la quinta tesi, conseguenza logica della scoperta e la formulazione della quarta tesi, ovvero l'autocoscienza del proprio io, ma non più il proprio io come era in partenza, ma del proprio io mutato, non più solo ma relazionato ad un altro io e alla felicità di quest'ultimo: processo di autocoscienza e di accettazione del concetto di innamoramento che prima era stato ripudiato. Pensando alle prime due tesi e alle precedenti affermazioni potrebbe sembrare un controsenso perché non abbiamo precisato i valori che sono insiti dell'uomo: la bontà, l'altruismo e il fatto del mettere in secondo piano la propria felicità rispetto alla felicità altrui e in particolare rispetto alla felicità dell'oggetto dell'innamoramento. L'uomo viene logicamente portato a porsi alcune domande cui trova subito risposta, ovviamente avendo già preso coscienza che l'innamoramento possa non sia reciproco. L'uomo ora è felice e si chiede "perché mai dovrei rinunciare alla mia felicità raggiunta con tanti sforzi e sofferenze per andare in contro ad una via fatta di sole sofferenze, riportando alla luce soltanto la parte "sofferenziale" del lento e tortuoso cammino verso la felicità, annullando totalmente tutto ciò che la riguarda quando in cambio non chiedo nulla?" Ed è proprio qui che viene espresso il vero concetto della sesta tesi, venendo alla luce la grandezza dell'uomo e dell'essere umano in condizione di innamoramento "non corrisposto" in quanto l'uomo attuale non è più l'uomo della prima e della seconda tesi, ma è l'uomo della quarta tesi: un uomo che non vuole cambiare e non vuole rinnegare il suo essere in quanto perché dovrebbe? non chiede assolutamente nulla in cambio!! Quindi perché dovrebbe esternare i suoi sentimenti per qual motivo se possono trovare libero sfogo e appagamento in uno strato del subconscio che viene alla luce nei sogni?

Non possiamo pretendere che due tesi così importanti come la quarta e la sesta non portino delle conseguenze: il completo annullamento e rimozione delle prime due tesi e di tutto il percorso fatto per arrivare alla terza tesi. Ora abbiamo un nuovo processo ricorsivo che annulla il precedente. Ora il processo ricorsivo si è spostato alle successive tesi: terza tesi (raggiungimento della felicità), quarta tesi (autocoscienza dell'innamoramento), quinta tesi (solamente quella parte in cui si dice che la vita dell'uomo è felice ma disturbata da brevi momenti di infelicità, e non il contrario come era prima ovvero una vita di infelicità disturbata da brevi momenti di felicità) e la sesta tesi (dare senza chiedere nulla in cambio).

Ora l'uomo si trova in una condizione dove la sua felicità e i suoi sentimenti trovano realizzazione massima dei sogni, in sogni che occupano un determinato arco temporale, quindi cui si può definire un inizio e una fine (che sia a breve o a lungo termine). Ed è proprio la constatazione del fatto che possa raggiungere il coronamento dei suoi sogni nel sogno stesso che cade nel pessimismo più totale, un pessimismo che rende la vita sulla terra un solo insieme di sofferenze e sogni irrealizzabili. A questo punto tutte le precedenti tesi e tutti i processi (ricorsivi e non) vengono annullati con un solo pensiero, in un solo modo..”

un brano tratto da "Werther", opera di J. Massenet.
"Pourquoi me reveiller", canta Nicoli Gedda

Link
Impressioni: 
0 Commenti