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Quando solo lo spread e le banche fanno notizia

giovedì 1 marzo 2012 - Scritto da Stè alle 23:48

Oggi si festeggia S. Luigi Termano, martire del lavoro (Arzano (NA), 14 Agosto 1985 - Roma 01 marzo 2012).
"Con  grande  tristezza Roma Metropolitane si unisce al cordoglio  dei familiari e dei
colleghi di lavoro dell’operaio  Luigi Termano, deceduto oggi a seguito dell’incidente
occorso ieri sera in una cantiere della Linea C. Luigi Termano era nato ad Arzano (NA)
il 14 agosto 1985. Ha lavorato alla realizzazione della Linea B1 con la ditta Sider
System  dal 2007  fino a settembre del 2011. Passato poi alle dipendenze della
COGEDI, ha lavorato alla realizzazione della Linea C fino al  drammatico incidente di
ieri."
Eroi non sono soldati che salvano la Patrria, eroi sono coloro che con uno stipendio da operaio mandano avanti una famiglia e fanno studiare i figli. Eroe è per me chi anche oggi ha sudato dalla mattina alla sera per portare il pane a casa. Eroe è chi appena ventenne con una vita davanti lascia orfani i propri sogni ed il proprio futuro.

A Luigi, eroe. 1985-2012





La storia del treno che si fermò a Balvano

giovedì 28 ottobre 2010 - Scritto da Stè alle 07:55
Sarà un'analisi senza presunzione di bacchetta magica: i fatti saranno ricostruiti nei dettagli usando solamente testimonianze certe, sicure e verificate di ferrovieri, giornali d’epoca, verbali, relazioni tecniche, ed esperienze personali di chi ha vissuto in prima persona questa drammatica pagina buia della storia d’Italia.

Ai lòv mai biùtiul Cauntri

sabato 16 ottobre 2010 - Scritto da Stè alle 17:17
Prima di iniziare, è bene procedere con le presentazioni di tre personaggi che hanno un ruolo fondamentale in tutta questa triste vicenda che stò per andare a raccontare e che stiamo vivendo: personaggi la cui conoscenza si da per scontata, ma che è meglio conoscere un po’ più a fondo essendo così certi di sapere di cosa di sta parlando. Stiamo parlando delle diossine, del C.D.R. e del percolato.

Castel Volturno, Villaggio Coppola Pinetamare: "Città dell'uomo, paradiso dei fiori"

mercoledì 20 gennaio 2010 - Scritto da Stè alle 21:31
Quella che vi sto per raccontare è la storia di quello che una volta era un bellissimo territorio, un vero e proprio paradiso naturale, che è stato dilaniato nel più totale silenzio, davanti agli occhi dello Stato e all'omertà delle persone che lo abitano e che ci vivono. Ci troviamo in Italia, a Castel Volturno, comune del nord casertano che conta 23.594 abitanti, dislocati su di una superficie di 72,23 km² e 25 km di costa: una delle coste più belle del Mediterraneo e del mondo, con un mare ed una pineta da fare invidia alle più belle spiagge del mondo..un tempo. Comune che prende il nome all’omonimo fiume “Volturno”, dal quale iniziamo a fare le presentazioni di quelli che saranno i protagonisti di un triste pezzo di storia del nostro Paese, purtroppo tanto triste quanto vero. Come tutti sanno, i fiumi sfociano nel mare, ma il fiume Volturno, è un fiume particolare e qui la situazione si capovolge: non è più il fiume a sfociare in mare, ma bensì il mare ad entrare nel fiume e a prendere il sopravvento per ben 2 chilometri e 300 metri, distruggendo tutte le colture che si collocano lungo il corso di questi 2 e più kilometri a ridosso della foce. E questo perché, perché è stato derubato e saccheggiato di tonnellate di sabbia, sabbia di ottima qualità presa indiscriminatamente e senza regole dagli argini e dal fondale. Sabbia di ottima qualità, e soprattutto gratis. Altro protagonista di questa storia sono i chilometri di bellissima pineta marittima, pineta che alla fine degli anni 60 (proprio gli anni in cui ha inizio il nostro racconto) verrà distrutta dai fratelli Vincenzo e Cristoforo Coppola.

Terminate le presentazioni, possiamo iniziare. Fine anni 60 i fratelli Vincenzo e Cristoforo Coppola la invadono con un milione e mezzo di metri cubi di cemento per 48 kilometri, creando il più grande agglomerato abusivo dell’occidente: un gigantesco villaggio abusivo di 864 mila metri quadrati. Al suo posto prima, una pineta, proprio quella pineta di cui parlavamo all’inizio e di cui torneremo a parlare successivamente. Il sogno dei Coppola era quello di costruire una vera e propria città-stato in uno dei territori più belli del Mediterraneo: un’oasi felice in cui non si sentisse il peso dell’inferno che in quei anni si stava vivendo in Campania e un po’ anche in tutta Italia; si voleva dare una speranza di una vita tranquilla in una città in cui si respirasse un clima sereno. Fu creato anche un’efficiente spot televisivo per incentivare e promuovere la vita del Villaggio Coppola Pinetamare: uno spot molto funzionate: “Non non è un posto per miliardari, qui vogliamo la piccola e media borghesia!" “Una nuova formula-vita accessibile a tutti”; e ciò voleva dire che non era un impresa impossibile, anzi stavano offendo l’opportunità di avere una bella casa e una bella vita a chiunque, dare l’accesso ad una vita che prima era possibile solo a miliardari. Oltre a tutti i comfort che si potevano avere, lo spot diceva anche che molti medici avevano scelto di andare a vivere li, a conferma di un’ulteriore salubrità dell’aria. Confort, una vita da miliardari, salute e aria pura offerta a tutti, in fondo, perché non andare? Materiali di prima qualità, tanto marmo, tanto cemento (fatto anche con la sabbia saccheggiata dal Volturno). Il “Villaggio Coppola Pinetamare” era una vera e propria città in grado di ospitare 15 mila persone: hotel, residence, grattacieli, pizzerie, rosticcerie, cinema, un porto privato con 600 posti barca in cui c'era ormeggiato anche lo yacht del boss Francesco Schiavone (porto inaugurato da ministri e benedetto da alti prelati), posti di presidio medico, una chiesa, uffici postali, caserma di polizia e carabinieri, scuole elementari, medie e superiori, uno sportello bancario, farmacia, discoteche,un centro congressi ed un parco acquatico. Tutto abusivo e senza uno straccio di carta che ne autorizzasse la nascita. Con il Villaggio Coppola fu coniato anche il termine di ecomostro: ossia un edificio, o un complesso di edifici considerati gravemente incompatibili con l’ambiente naturale circostante. Facevano parte del villaggio anche 8 grattacieli (conosciuti anche come “le torri"): 8 grattacieli di 12 piani con 80 appartamenti ciascuno e 1300 posti auto. I mostri Coppola avrebbero dovuto avere la vista sul mare, ma la vista sul mare non ce l'hanno, avevano la vista all’interno del villaggio stesso: è stato affermato, come giustificazione, che la vera bellezza non è il mare, ma il villaggio stesso.
I Coppola ottengono 500 licenze con le quali costruiranno 12000 edifici, cioè 11.500 edifici in più, abusivi. La costruzione del primo nucleo del villaggio della vergogna iniziò sulla pineta di Castel Volturno: pineta che era di proprietà della moglie di Cristoforo Coppola (sorella di Tiberio Cecere, ex parlamentare scudocrociato). Secondo un decreto Regio del 1911, la famiglia Cecere era proprietaria dell’intera area della pineta che veniva bagnata dalla mareggiata: non si trattava quindi qualcosa di preciso e di ben delineato, ma di un territorio non definito, molto vago e soggettivo, che andava un po’ a sensazioni: per questo, per effettuare una perizia aspettarono una grande mareggiata, la più grande mareggiata che ci fosse mai stata, impadronendosi così in una notte dell’intera pineta, riempiendola poi di cemento. Occupata l’intera pineta, le aree non bastavano più e l'impresa sconfinò, occupando di volta in volta le aree limitrofe, senza badare alla effettiva proprietà (in gran parte si trattava di terreno demaniale occupato abusivamente e mai più restituito).
Questa era una località talmente bella che l’imperatore Domitiano costruì una strada “panoramica” una strada “di mare” che consentisse durante il viaggio di poter godere della magnifica vista e del magnifico paesaggio che offriva ai passanti: la via “Domitiana”. Il degrado di quello che rimane si questa antica strada è sotto gli occhi di tutti: un’antica strada di epoca romana devastata che passa tra un condominio e l’altro: dove la strada era utile per i cantieri, e quindi dove serviva costruire una strada propria, la strada è stata tenuta in modo da risparmiare sui costi e si poteva garantire di un’opera ingegneristica di tutto rispetto, mentre dove non serviva, è andata perduta. Costruendo in questa zona, si è incappati ovviamente in un’infinità di reperti archeologici, che ovviamente dove non sono andati distrutti, sono stati fatti sparire. Per fare un altro esempio del patrimonio archeologico che è andato perso per colpa della camorra: un ponte di epoca romana sul Volturno è stato fatto saltare perché impediva il passaggio alle loro imbarcazioni (loro della camorra) per depredare il fiume dalla preziosa sabbia.

In quegli anni il sindaco è un certo Mario Luise del PCI di Castel Volturno, storico oppositore al Villaggio Coppola che in tre mandati (’71, ’77 e ’93) pose al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola ed il richiamo ad una massiccia legalità. Sin dall’inizio tenta di bloccare i lavori: a Luise viene dapprima ammazzato il cane e poi bruciata la casa, e malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui, continua la sua lotta al Villaggio Coppola.
Nel 1976 vi fu il primo procedimento penale per abusivismo che si concluse con il pagamento da parte dei fratelli Coppola di una misera ammenda di appena 100 mila lire per i 12 mila edifici costruiti. Il giudice che emette la sentenza ha anch’esso una villa nel Vilaggio Coppola.
Sin da subito, contro questo progetto si schierò oltre al sindaco di allora Mario Luise , un magistrato: Donato Ceglie della procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), che martedì 19 settembre 1995, quindi ben dopo 19 anni, riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali dell’impero dei Coppola.
Su tutti gli esercizi, infatti, non verrà apposto alcun sigillo: uno scambio di beni che prevede la cessione allo Stato di tutti gli edifici, dalle scuole alle caserme, e la bonifica di 80mila metri quadri di pineta, villette e appartamenti acquistati in buona fede, non subiranno alcun provvedimento giudiziario, tutelando così le 2.600 famiglie che acquistarono casa in edifici costruiti su suoli demaniali.
L’intero villaggio, che ormai è diventato una vera e propria cittadina, è stato posto sotto sequestro: un sequestro che sarà poi convalidato dal tribunale del Riesame, che oltre a togliere i possedimenti ai Coppola, li da in gestione alla Forestale e al sindaco di Castel Volturno. Senza mezzi termini Ceglie afferma: “C'è stata una colposa se non dolosa distrazione degli organi inquirenti. Si trattava di un territorio completamente sottratto allo Stato, dove poteva accadere qualsiasi cosa".

La capitaneria di porto segnalò subito la violazione delle norme di costruzione di salvaguardia per l'ambiente, ma nessuno intervenne. Qualcosa cominciò a muoversi solo nel novembre del '93 (nonostante una sentenza della corte di Cassazione del 1984 che riconosce la demanialità dei suoli"espropriati" da Vincenzo Coppola).
Oltre alla scomparsa della pineta e all’invasione del letto del Volturno da parte del Tirreno, nell'area di Pinetamare, sono scomparse almeno 150 specie tra animali e vegetali (tra cui mancano all’appello testuggini, cinciallegre, lepri selvatiche, farfalle e tra le vegetali lecci, pini, corbezzoli, gigli di mare, santolina delle spiagge e sparto pungente), e si sono persi interi tratti di spiaggia: lo denuncia il W.W.F.. Tra i danni più evidenti: "la costruzione illegale di 14 pannelli dell' estensione di 2 km, che hanno difeso le coste del Villaggio dall' erosione, ma, più a sud, hanno provocato la scomparsa totale della spiaggia di Ischitella, dove la costa è arretrata di 50 metri in 20 anni".
La darsena e l' istmo artificiale erano stati realizzati dopo la costruzione di banchine laterali e il dragaggio della parte centrale della vecchia foce dei Regi Lagni. L'indagine, sempre condotta dal pubblico ministero Donato Ceglie, ha stabilito anche altre responsabilita' di Vincenzo Coppola: eseguendo abusivamente lavori di bonifica, spianamento e dragaggio, l' imprenditore ha di fatto modificato la conformazione della zona, distruggendo ad esempio duecento metri di spiaggia letteralmente divorati dal mar, dato confermato anche dalla stessa capitaneria di porto.
Occorreranno almeno 80 anni per ricreare gli equilibri naturali completamente sconvolti per l'azzeramento totale di ogni forma di vita nell' area e costi altissimi per ripristinare la vecchia linea di costa e la vegetazione.

Dopo tutto quello che ho raccontato, non possiamo tralasciare che all’inaugurazione, tra le autorità presenti c’erano il ministro Bosco e il vescovo che spruzzava acqua santa sul cemento armato.
“Città dell’uomo, paradiso dei fiori”: questa la scritta che tutt’oggi campeggia a caratteri cubitali su un lato della strada, ma lo spettacolo che ci accoglie è ben diverso: squallore e degrado. Sembra di trovarci in una delle tante scene passate dal telegiornale, scene di una città colpita dalla guerra. L’intero villaggio è una città fantasma dove la speranza di abusiva dei Coppola ha lasciato posto alla realtà: una realtà lunare e desolata: sembra di trovarci in uno scenario post atomico. L’intero territorio giova di un benessere brevissimo, subito la gente inizia a capire che c’è qualcosa che non va ed inizia ad andare via. Le 8 torri vengono completate e affittate per 20 anni alla Marina degli Stati Uniti per ospitare i militari e le famiglie dei militari americani della Nato di servizio a Napoli. Finiti i 20 anni, i 640 appartamenti vengono destinati ad ospitare i terremotati che hanno perso le loro abitazioni nei sismi di quegli anni. Nel frattempo continua la fuga degli abitanti, i beni immobili vengono svalutati e gli ecomostri si svalutano, i Coppola capiscono e abbattono le otto torri a loro spese. Le macerie hanno preso posto della sabbia, continua il degrado infinito di un territorio che sta morendo giorno per giorno, i cui abitanti continuano a fuggire, ad evadere perché non ne vogliono più sapere, non vogliono più vedere e non ne vogliono più sapere di andare in vacanza in un posto che ormai è stato avvelenato dalla camorra, e dai politi compiacenti dello scempio che stava avendo luogo.

Pinetamare è un concentrato di quello che intanto stà avvenendo in tutto litorale: cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecosistema.
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, c'è il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvagge che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.
Il finale, per rimanere in tema con lo spirito di tutta la vicenda, non è felice: nonostante i soprusi, lo strapotere e l’arricchimento illegale, saranno ancora una volta i Coppola a guidare il piano di risanamento e di riqualificazione del territorio. Un piccolo pezzo di paradiso che ci permette di tornare indietro nel tempo e ricordare la bellezza di quella zona e avere una così bella città sul mare.
Un campo di golf da 18 buche, il primo in Campania. Cinquanta ettari tra le dune e la scogliera di Castelvolturno, dove un tempo sorgeva l'ecomostro di Villaggio Pinetamare con le sue otto torri. Un investimento da 6 milioni di euro ha consentito la realizzazione del progetto, primo passo del recupero dell' intera area.


Per approfondire

Quel treno che mai arrivò a destinazione

domenica 29 marzo 2009 - Scritto da Stè alle 12:28
Era il 4 agosto del 1974 quando nell'attentato al treno Italicus persero la vita 12 persone: una bomba ad alto potenziale esplose alle 1:23 nella vettura 5 dell'espresso Roma-Monaco di Baviera via Brennero. La strage avrebbe avuto conseguenze più gravi, si ipotizza anche nell'ordine di centinaia di morti, se l'ordigno fosse esploso all'interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro. Dieci anni dopo, la storia si ripete sul treno classificato come rapido 904, ma per massimizzare gli effetti della detonazione dell'ordigno, gli attentatori attesero che il treno raggiungesse la metà della galleria, sempre quella di San Benedetto Val di Sagnro.

L'attentato avvenne il 23 dicembre del 1984. Il treno Rapido 904 Napoli Centrale - Milano Centrale era pieno di viaggiatori, carico di famiglie intere che stavano ritornando a casa per trascorrere il Natale o diretti da parenti per trascorrere le festività natalizie. Erano le 19:08 quando il treno transitava sulla direttissima in piena velocità verso nord quando, appena percorsa la prima metà della Grande Galleria dell'Appennino ci fu un violenta esplosione a bordo. Venne subito attivato il freno di emergenza, frenando il treno a 8 km dall'ingresso sud e 10 da quello nord. L'esplosione avvenne a causa di un ordigno: si trattava di una carica di esplosivo radiocomandata, collocata a bordo caricato da terroristi, durante la sosta nella stazione di Firenze Santa Maria Novella, in un vano porta bagagli nel corridio della nona carrozza, posta proprio nel centro del treno. L'esplosione causò 15 morti, che in seguito salirono a 16 per le conseguenze dei traumi riportati e oltre i 300 i feriti.

Frutto delle misure predisposte dopo la Strage dell'Italicus avvenuta 10 anni prima, fu messo a punto un piano di emergenza centralizzato di gestione emergenze costituito a Bologna.
I soccorsi ebbero non poche difficoltà ad arrivare: l'esplosione aveva danneggiato la linea elettrica facendo rimanere isolata parte della tratta e il fumo dell'esplosione bloccava l'accesso dall'ingresso sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi.
I primi soccorsi incominciarono ad arrivare dopo oltre un ora e mezza tra le 20.30 e le 21.00 insieme ad i primi mezzi di servizio. Non si sapeva bene ancora cosa fosse successo poichè non si aveva un contatto radio con il veicolo fermo in galleria e non si disponeva di un ponte radio con le centrali operative periferiche o quella di Bologna. I soccorritori, una volta sul posto parlarono di un "fortissimo odore di polvere da sparo".
Alla spedizione fu assegnato un solo medico e si procedè a caricare tutti i feriti sulle prime carrozze. Con l'aiuto della macchina di soccorso i feriti vennero portati a San Benedetto Val di Sambro, seguiti subito dopo dagli altri passeggeri rimasi illesi dall'attentato.Essendo però quel tratto di linea rimasto elettricamente isolato, per trainare le carrozze fuori dalla galleria e poi alla vicina stazione di San Benedetto Val di Sangro, si dovette ricorrere all'uso di una locomotiva diesel che rese però l'aria del tunnel irrespirabile al punto di dover portare anche delle bombole d'ossigeno ai passeggeri in attesa di soccorsi.
Venne allestito rapidamente un ponte radio, e la Società Autostrade mise a disposizione un casello riservato al servizio di emergenza. Alla stazione di San Benedetto erano già pronte una quindicina di ambulanze, che viaggiarono poi scortate da Polizia e Carabinieri, per trasportare i feriti più gravi fino all'Ospedale Maggiore Bolgogna, facendosi largo nel traffico cittadino grazie proprio ad una razzionalizzazione delle vie di accesso studiata proprio per i casi di emergenza, mentre ai feriti meno gravi furono offerte le prime cure presso la stazione stessa che durarono fino alle cinque di mattina.
Nonostante le condizioni ambientali in cui si è operato furono estremamente avverse, l'opera di soccorso e l'operato dei soccorritori furono ammirevoli per l'efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna Soccorso sarebbe diventato il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118.

Dopo il sangue, il terrore, il vuoto, i familiari delle vittime hanno affrontato la vicenda processuale.

In primo e in secondo grado la magistratura condanna all’ergastolo Pippò Calò, esponente di primo piano della Mafia, ed i suoi uomini per l’esecuzione materiale del reato di Strage, mentre un’accertata fattiva collaborazione di elementi di spicco della camorra quali Giuseppe Misso, porta nei suoi confronti, ed in quelli dei suoi uomini, a pesanti condanne detentive.
La Cassazione ribalta queste decisioni ignorando tutto lìimpianto accusatorio sostenuto dalle prove raccolte dagli inquirenti e per mano di Corrado Carnevale annulla la sentenza nei confronti di Calò e Misso rinviando il giudizio ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Firenze dove la Corte, riformando parzialmente la sentenza, condanna per strage Calò, ma ne assolve Misso condannandolo per detenzione abusiva di esplosivo e riducendone la pena a soli tre anni.
Alla fine di questo giudizio di rinvio, stranamente due figure chiave del processo, Galeota, braccio destro di Misso, e sua moglie, furono uccisi in un agguato.
In un secondo giudizio di rinvio, a seguito di stralcio, il noto esponente missino Abbatangelo, già condannato in primo grado per strage alla pena dell’ergastolo, viene assolto da tale accusa per non aver commesso il fatto, e condannato per porto e detenzione abusiva di esplosivi.
La Corte di Cassazione rigetta, successivamente, i ricorsi proposti dai familiari delle vittime contro la sentenza di secondo grado nei confronti di Abbatangelo, e li condanna al pagamento delle spese processuali.
Dalla vicenda processuale del “Rapido 904” andata avanti per 5 lunghissimi giudizi, emerge un quadro inquietante in cui, alla strategia eversiva di destra, si lega la manovalanza mafiosa e camorristica che organizza e porta a termine con agghiacciante “professionalità” il compimento della strage.
La Commissione parlamentare Stragi, presieduta dal Senatore Gualtieri, nel 1994 ha evidenziato un chiaro contesto in cui sono maturate le azioni terroristiche riportabili alla strategia della tensione, senza riuscire in alcuni casi, come questo del “Rapido 904”, ad individuare un più ampio ambito di responsabilità, avvertendo che restano non pienamente chiariti i contesti diversi e i più ampi disegni strategici cui le stragi sono state funzionali.

Il lavoro della Commissione Parlamentare ha puntato il dito sulla distrazione e assenza dei servizi Sismi e Sisde che avrebbero dovute cogliere e segnalare ogni attività di tipo terroristico; ha illuminato il contrasto e le sue ragioni tra giudicati di diverso grado operato dalla Cassazione, ha evidenziato la possibilità e l’attualità della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese, mettendo in luce come nel caso dei più recenti attentati del 1993, vi sia stata un’opera sistematica di disinformazione della “falange armata” che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale.
La ricostruzione del quadro processuale, come emerge dal lavoro delle Commissioni Parlamentari colpisce la evidente distrazione e in alcuni casi volontà di settori delle Istituzioni, di non fare piena luce sulle vicende di stragismo.
Non vogliamo dimenticare che la Giustizia alla fine ha condannato i Familiari delle Vittime al pagamento delle spese processuali, permettendo che personaggi implicati in vicende di tale gravità, facciano ancora parte della vita politica del paese.

Se ci fermiamo ad ascoltare il silenzio della morte di queste stragi possiamo ascoltare voci che gridano verità e giustizia.
Il musicologo, scrittore e giornalista Leoncarlo Settimelli ha composto una canzone: "Il sogno spezzato di Federica", dedicata a Federica Taglialatela, vittima dodicenne vittima della strage, che faceva così:





Federica dagli occhi di mare
che lascia il suo porto
e ha voglia di andare.

Federica che come un gabbiano
attraversa il suo mare
diretta a Milano;
prende un treno che è pieno di gente
che si sposta per fare Natale;
mille storie di cui non sa niente
di gente già stanca che scende e che sale.
Lei però coi suoi dodici anni
sa che vuole andare a vedere
come è fatta la neve
e perché può dal cielo cadere.

Federica dagli occhi di mare
Che vede stazioni veloci passare;
suona a Roma una vecchia zampogna
poi viene Firenze ,si va per Bologna.
Come sale veloce quel treno che si tuffa nelle gallerie,
come fanno i delfini nei giorni d’agosto
seguendo chissà quali vie.
Ma di colpo è un mare di fuoco,
la tempesta si schianta d’intorno.
Il biglietto era solo d’andata e non c’è ritorno.

Federica dagli occhi di mare,
su quella montagna ti han fatto fermare;
hanno rotto le ali al gabbiano
e tu non hai visto la neve a Milano.

Giovanbattista Altobelli 51 anni
Anna Maria Brandi 26 anni
Angela Calvanese in De Simone 33 anni
Anna De Simone 9 anni
Giovanni De Simone 4 anni
Nicola De Simone 40 anni
Susanna Cavalli 22 anni
Lucia Cerrato 76 anni
Pier Francesco Leoni 23 anni
Luisella Matarazzo 25 anni
Carmine Moccia 30 anni
Valeria Moratello 22 anni
Maria Luigia Morini 45 anni
Federica Taglialatela 12 anni
Abramo Vastarella 29 anni
Gioacchino Taglialatela 50 anni (successivamente in seguito all'entità dei traumi riportati)

Tutti insieme dovremmo dire "io non posso, non voglio e non devo dimenticare" questa come tante altre stragi, tanti altri attentati.

Per non dimenticare.




Fotografie (in ordine di posizione): manifesto commemorativo del XXIV anniversario della strage, una carrozza del treno sventrata dall'esplosione, foto scattatat durante il processo al Boss Misso che nel 2001 fece uccidere un testimone, il musicologo Leoncarlo Settimelli

Per approfondire
Una ragazzina, una famiglia l'orrore di una strage di Natale
Strage del rapido 904 (wikipedia)
Strage dell'Italicus (Wikipedia)
Associazione tra i familiari delle vittime della strage
Immagini della rassegna stampa
Altre foto (2) (3)